8) Beccaria. Della pena di morte.
In questa lettura  presente un'osservazione del Beccaria molto
adatta anche ai nostri tempi, cio che non la ferocia della pena
ma la certezza di essa  efficace nel tenere gli uomini lontani
dal crimine. Egli afferma anche che l'ergastolo ed i lavori
forzati sono strumenti pi efficaci della pena di morte per
impedire i reati.
C. Beccaria, Dei delitti e delle pene (pagine 323-325).

Questa inutile prodigalit di supplizii, che non ha mai resi
migliori gli uomini, mi ha spinto ad esaminare se la pena di morte
sia veramente utile e giusta in un governo bene organizzato. Qual
pu essere il diritto che si attribuiscono gli uomini di trucidare
i loro simili? Non certamente quello da cui risultano la sovranit
e le leggi. Esse non sono che una somma di minime porzioni della
privata libert di ciascuno. Esse rappresentano la volont
generale, che  l'aggregato delle particolari. Chi  mai colui che
abbia voluto lasciare ad altri uomini l'arbitrio d'ucciderlo? Come
mai nel minimo sagrificio della libert di ciascuno vi pu essere
quello del massimo tra tutt'i beni, la vita? E se ci fu fatto,
come si accorda un tal principio coll'altro, che l'uomo non 
padrone di uccidersi? Ei doveva esserlo, se ha potuto dare altrui
questo diritto, o alla societ intera.
Non  dunque la pena di morte un diritto, mentre ho dimostrato che
tale esser non pu, ma  una guerra della nazione con un
cittadino; perch giudica necessaria o utile la distruzione del
suo essere: ma se dimostrer non essere la morte n utile n
necessaria, avr vinto la causa della umanit [_].
Non  l'intenzione della pena che fa il maggior effetto sull'animo
umano, ma l'estensione di essa; perch la nostra sensibilit  pi
facilmente e stabilmente mossa da minime ma replicate impressioni,
che da un forte ma passeggiero movimento. L'impero dell'abitudine
 universale sopra ogni essere che sente; e come l'uomo parla e
cammina e procacciasi i suoi bisogni coll'aiuto di lei, cos
l'idee morali non si stampano nella mente che per durevoli ed
iterate percosse. Non  il terribile ma passeggero spettacolo
della morte di uno scellerato, ma il lungo e stentato esempio di
un uomo privo di libert, che, divenuto bestia di servigio,
ricompensa colle sue fatiche quella societ che ha offeso, che 
il freno pi forte contro i delitti. Quell'efficace, perch
spessissimo ripetuto, ritorno sopra di noi medesimi: Io stesso
sar ridotto a cos lunga e misera condizione, se commetter
simili misfatti,  assai pi possente che non l'idea della morte,
che gli uomini veggono sempre in una oscura lontananza [_].
La pena di morte diviene uno spettacolo per la maggior parte, e un
oggetto di compassione mista di sdegno per alcuni; ambidue questi
sentimenti occupano pi l'animo degli spettatori, che non il
salutare terrore che la legge pretende inspirare. Ma nelle pene
moderate e continue, il sentimento dominante  l'ultimo, perch 
il solo. Il limite che fissare dovrebbe il legislatore al rigore
delle pene, sembra consistere nel sentimento di compassione,
quando comincia a prevalere su di ogni altro nell'animo degli
spettatori d'un supplizio pi fatto per essi, che per il reo.
Perch una pena sia giusta non deve avere che quei soli gradi
d'intensione che bastano a rimuovere gli uomini dai delitti; ora
non vi  alcuno che, riflettendovi, sceglier possa la totale e
perpetua perdita della propria libert, per quanto avvantaggioso
possa essere un delitto: dunque l'intensione della pena di
schiavit perpetua, sostituita alla pena di morte, ha ci che
basta per rimuovere qualunque animo determinato.
Grande Antologia Filosofica, Marzorati, Milano, 1968, volume
quindicesimo, pagina 1298-1300.
